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"𝐈𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐥𝐚 𝐩𝐢ù 𝐯𝐞𝐥𝐨𝐜𝐞. 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐥𝐚 𝐩𝐢ù 𝐯𝐞𝐫𝐚. Sento spesso dire che la democrazia è troppo lenta per il mondo di oggi. Che i parlamenti discutono mentre il mondo brucia. Che servono decisioni rapide, leadership forti, meno ostacoli procedurali. Ogni volta che sento questo ragionamento, 𝐦𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐨. Non perché sia sbagliato nei fatti — a volte i parlamenti sono inefficienti, i dibattiti infiniti, le riforme bloccate — ma perché la soluzione proposta confonde la velocità con la legittimità. Una democrazia che decide in fretta ignorando le minoranze non è una democrazia efficiente. È semplicemente 𝐮𝐧'𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 con migliore comunicazione. 𝐋'𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 deve procedere nella direzione opposta: più partecipazione, non meno. 𝐓𝐚𝐢𝐰𝐚𝐧 ha usato algoritmi per trovare consenso su questioni divisive: sono 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐛𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐫𝐢. 𝐋𝐚 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 può aiutare: 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐥𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐟𝐚𝐜𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐛𝐚𝐫𝐫𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐮𝐫𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞. Insomma essere usata per avvicinare i cittadini alle decisioni, non per sostituirli. Il vero deficit democratico non è di velocità. È di 𝐟𝐢𝐝𝐮𝐜𝐢𝐚. 𝐋𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 non si sentono rappresentate, non credono che il loro voto cambi qualcosa, non capiscono come vengono prese le decisioni che le riguardano. Nessun 𝐚𝐥𝐠𝐨𝐫𝐢𝐭𝐦𝐨 risolve questo problema. Lo risolve solo la politica — quella vera, difficile, lenta. Quella che ascolta prima di decidere." ( 𝐹𝑎𝑏𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜 𝐶𝑖𝑝𝑜𝑙𝑙𝑖𝑛𝑖 ) 📍Congresso Nazionale Sabato 11 aprile Ore 9:00 Sala Umberto – Via della Mercede 50, Roma #Basepopolare #Congressonazionale (apertura su nuova finestra)
IN VISTA DEL CONGRESSO DI BASE POPOLARE. Siamo quotidianamente bombardati un’overdose di informazioni che rischiano di provocare una chiusura difensiva dei nostri cervelli e dei nostri cuori. Cosa che infatti, piano piano, da tempo, sta accadendo. Con l’Intelligenza Artificiale, i computer sono in grado di analizzare, gestire e interpretare una quantità inaudita di informazioni. Noi umani no. Abbiamo bisogno di codici culturali, antropologici ed etici per farlo senza andare in tilt. Ma su questi codici, negli ultimi tempi, non abbiamo investito a sufficienza: non ci siamo formati ed attrezzati abbastanza. Non ci dobbiamo stupire, dunque, se oggi sono sotto stress tre “valori” essenziali. Il primo è quello della Democrazia. Certo, non esiste un solo modello “tecnico” di Democrazia. Esistono però dei valori universali, elaborati con lotte e sacrifici di intere generazioni: principi di libertà personale e collettiva, rispetto dei diritti umani, superamento delle discriminazioni, responsabilità comunitaria. Questi valori sono oggi in fase di smantellamento a livello globale. Autocrati violenti e prepotenti (cito per tutti – ma sono tanti – Putin e i capi del regime teocratico iraniano) affermano la loro leadership con il metodo della forza bruta all’interno ed all’estero ed il loro esempio si sta diffondendo a macchia d’olio. Ma questo smantellamento – in forme diverse – si fa sentire anche in Occidente. Non sono pochi i pensatori che teorizzano perfino la fine del valore della democrazia così come la abbiamo conosciuta in Occidente negli ultimi decenni. Jason Brennan sostiene, in un suo libro tradotto di recente in Italia dalla Luiss, che il diritto di voto andrebbe riconosciuto soltanto ai cittadini capaci di capire i programmi di chi si candida a guidare i rispettivi Paesi. Insomma, occorrerebbe superare la democrazia per “salvarla”. Pare di assistere ad un paradosso. In tanti Paesi la Democrazia è impedita dal “Potere”, mentre in Occidente rischiamo che essa sia svuotata dal comportamento o dalla scarsa convinzione dei cittadini. Questa caduta di “domanda di democrazia” nelle società occidentali ha molte ragioni. Vi è l’effetto complesso della secolarizzazione. La separazione tra “dimensione religiosa” (non parlo di specifiche confessioni) e “dimensione civile” ha portato grandi ed irreversibili conquiste sul piano dei diritti individuali e civili, ma ha generato nel contempo un deficit di “senso” delle cose umane. Ha prodotto una progressiva incomunicabilità tra sfera dell’individuo e sfera della comunità. Può esistere vera Democrazia senza spirito di comunità, laddove il legame non sia solo la sommatoria degli egoismi individuali e della loro intrinseca solitudine? Vi è poi il fatto che la crisi delle grandi idealità politiche del novecento non ha prodotto aggiornate piattaforme culturali e progettuali capaci di tenere assieme le comunità secondo visioni di “bene comune”. Da qui, anche, la crisi della politica e della “rappresentanza”, che non sono questioni di sole tecniche elettorali, ma di “comune sentire”. Scontiamo, infine, il modo con il quale le leadership occidentali (anche di ispirazione democratica e progressista) hanno gestito la stagione della globalizzazione. Essa ha comportato una crescita della capacità di reddito di una parte dei Paesi in via di sviluppo (che peraltro non ha affatto portato alla diminuzione delle disuguaglianze al loro interno e di certo non ha per nulla ridotto la loro dipendenza “neo coloniale” dai Paesi ricchi) ma ha impoverito segmenti non secondari delle classi medie e basse di molti Paesi Occidentali. Il superamento del protezionismo nazionale non è stato gestito in modo adeguato nei suoi risvolti culturali (l’identità) e sociali (le condizioni di vita di tante persone). Sta qui la più forte ragione del consenso popolare alle Destre populiste e nazionaliste che si registra in tutte le “periferie” (sociali e geografiche) in Occidente. Il secondo valore che mi pare oggi sotto stress in tale contesto é quello dell’Europa. È scomparso il grande Jacques Delors, che ha cercato – nel suo periodo di presidenza della Commissione Europea – di interpretare l’ispirazione degasperiana assieme a Kohl e a Mitterrand, dopo la caduta del Muro di Berlino. Enrico Letta ha detto bene in una recente intervista. Ricordare Delors significa riproporre con forza la necessità del “pilastro” oggi quasi del tutto mancante dell’Unione Europea: quello politico e sociale, senza il quale anche quello economico e finanziario sarà sempre più gracile. Ma qual’é oggi la temperatura del nostro europeismo? Ritardi e incertezze nel processo di integrazione da un lato e nazionalismi riemergenti dall’altro non lasciano ben sperare, nonostante la pur miracolosa operazione del “debito comune” per il PNNR. Il terzo “valore” sotto stress è quello di una una Repubblica “policentrica”, non fondata cioè esclusivamente sul ruolo e sul potere dello Stato. Si pongono qui due questioni di grande importanza: il ruolo della società auto-organizzata e dei corpi intermedi da un lato e quello dei territori e delle Autonomie Locali dall’altro. Attorno ad entrambe si respira un’aria di stanchezza e di demotivazione, al di là delle celebrazioni e delle enfasi retoriche. Certo, si celebra il “Terzo Settore”, ma quanto dello spirito delle riforme adottate qualche anno fa viene riconosciuto e promosso nei fatti? Quanto di quello spirito non finisce invece mortificato nelle spire di procedure burocratiche omologanti e deresponsabilizzanti? Quanto spazio di libertà progettuale e realizzativa si garantisce a tutto ciò che non è né pubblico né privato, ma – appunto – “comunitario”? Quanto spazio ha la concezione “auto generativa” dei nostri valori civili e sociali? Certo, si parla di Autonomia Differenziata per le Regioni Ordinarie e di ruolo centrale dei Comuni. Ma quanto tutto questo coinvolge sul serio le rispettive Comunità? Una “Repubblica delle Autonomie” non è affare solo da giuristi o da comitati tecnici ministeriali. È principalmente affare politico e sociale di un Paese che voglia veramente superare le angustie di un centralismo statale (e talvolta regionale) duro a morire e valorizzare il pluralismo delle esperienze “dal basso”. E come si concilia tutto ciò con un assetto della Politica sempre più basato sul primato di partiti romanocentici, quando non addirittura “personali”? Crisi della Democrazia, dell’Europa e delle Autonomie sociali e territoriali sono, in realtà, facce della stessa medaglia. Ecco, se potessi esprimere un augurio auspicherei una qualche consapevolezza in più da parte di tutti noi attorno a questi tre “valori” oggi sottoposti ad una usura dalle conseguenze imprevedibili. Il terzo valore (le Autonomie in senso lato ed “organico”) incorpora in realtà anche i primi due (la Democrazia e l’Europa). Una “Repubblica delle Autonomie” non può decollare se non recuperando il valore di una Democrazia Comunitaria e Solidale e testimoniando una forte vocazione europeista. È vero, il vento tira robustamente a Destra e verso soluzioni di ulteriore verticalizzazione del potere: come dimostra la strampalata proposta di elezione diretta del premier. Il vento – si sa – non vede gli scogli. E chi lo segue senza porsi il problema della rotta porta la nave alla rovina. Il vero problema – di fronte ai cambiamenti epocali del nostro tempo – riguarda però innanzitutto la “domanda” politica. Riguarda cioè lo “spirito” delle Comunità e la loro capacità di ritrovare il sentiero che pare oggi avvolto nelle nebbie. Nonostante le grandi risorse comunitarie delle quali disponiamo, ma che sempre meno riescono a imprimere una cifra solidale ed innovativa alla vita sociale e pubblica. È sempre meno riescono ad essere anticorpi rispetto allo scambio tra “libertà” e “sicurezza” (presunta, peraltro). In fin dei conti, è questa la nuova, inedita sfida di una Politica che non solo “comandi” ed “amministri” ma concorra in primo luogo, senza alcuna presunzione ma anche con autorevolezza, a “ricostruire” una nuova, esigente idea di Comunità. Mi pare questo il nuovo orizzonte del Popolarismo. I Popolari – quelli veri; con la schiena dritta; che non cedono al vento che tira; che sanno progettare nel lungo periodo; che non hanno l’assillo del prossimo voto e dei relativi più comodi e migliori accasamenti – devono essere coscienti, in questo senso, del proprio dovere. Base Popolare credo abbia in primo luogo questa missione. (Lorenzo Dellai)IN VISTA DEL CONGRESSO DI BASE POPOLARE. (apertura su nuova finestra)
#BASEPOPOLARE raccoglie l’amore dei sambenedettesi per la propria città: una città che oggi vive una pericolosa flessione economica. #SAN #BENEDETTO #DEL #TRONTO non merita di arretrare: deve ritornare a crescere. Proponiamo un sindaco giovane, competente, pieno di entusiasmo, espressione della vita più autentica e dinamica della nostra cittá: #NICOLA #MOZZONI. "Presentiamo una #piattaforma operativa. Non semplicemente della proposta di un candidato sindaco, ma di una proposta che vogliamo offrire alla #comunità, ai #cittadini. Perché prima del nome viene il progetto, e prima delle ambizioni personali viene il #bene della città. È una proposta che presentiamo insieme ad #Ora, per sottolinearne il carattere civico, ma che rivolgiamo a tutte le forze che fanno parte del PPE e vogliono costruire per la nostra crescita. L’#unità non è uno slogan: è la condizione per dare a questa città un governo forte e credibile. Per raggiungere questo obiettivo siamo pronti anche a fare un passo indietro, se dovesse emergere un nome condivisibile da tutti, animato dalla stessa passione e dallo stesso #spiritodiservizio, senza alcun obbligo ma con sincera volontà di collaborazione. È una proposta di unione, di condivisione, di #passione e di #partecipazione. Anche la partecipazione al voto dovrà essere un punto centrale del nostro impegno, perché una città cresce solo quando i cittadini tornano a sentirla propria". #LeoBollettini, coordinatore di #BasePopolare per la provincia di Ascoli Piceno. (apertura su nuova finestra)
SIAMO DENTRO UNA BOLLA VUOTA, DOVE LA RAPPRESENTAZIONE VINCE SULLA RAPPRESENTANZA. «Quando si manifesta c’è un’emozione, ma poi? C’è un progetto? C’è un interesse, una voglia, un gruppo sociale, qualcuno che vuole qualcosa? No. C’è soltanto una rappresentazione di sé, una rappresentazione delle proprie emozioni, per certi versi più spettacolare che incisiva»....... La dimensione mediana, da ceto medio in Italia, è stata sacrificata non dalla distanza tra destra e sinistra, ma dalla distanza tra l’alto e il basso. Chi sta in alto ha sempre più potere, verticalizza il potere, e gli altri devono obbedire. In mezzo non c’è nessuno che media, perché non c’è possibilità di mediare. O ci stai o non ci stai. Vale per i dazi, vale per Putin che dice: se non ci stai, io ho la bomba atomica. Questa mancanza di medietà, di cultura dell’intermedio, è il vero problema. La distanza tra conservatori e progressisti, tra destra e sinistra, conta poco, non sta lì il problema. La verticalizzazione del potere ha imposto una tale differenza tra l’alto e il basso che, per usare una immagine, non c’è più una piramide, c’è un io e i sottoposti, e quindi non c’è nessuna progressione, nessuna mediazione, nessun corpo intermedio, nessun meccanismo intermedio, e questa cosa crea e creerà problemi. Perché chi sta al vertice fa il bullo, è potente, ha la bomba atomica, fa quello che vuole, e quindi alla fine o vince lui e tutti gli altri si arrangiano, oppure dal basso arriveranno moti di rivolta, perché non ce la fai a stare sempre sotto". Da VITA del 9 dicembre 2025. Intervista a Giuseppe De Rita. (apertura su nuova finestra)